L’annuncio dei dazi di Trump crea un terremoto finanziario di cui ancora non è possibile capirne la portata. Ma non è la prima volta che gli USA usano questo strumento.
L’annuncio di Trump sui dazi imposti ai Paesi importatori negli USA era il più atteso da settimane. Dopo un po’ di tira e molla, con Messico e Canada, e qualche rinvio il “liberation day“, come lo ha definito il Presidente, è arrivato. I dazi sono stati annunciati e varranno per oltre 50 Paesi del mondo. Il terremoto finanziario è appena cominciato eppure non è la prima volta che gli Stati Uniti d’America utilizzano questo strumento.
Il 2 Aprile alla corte di tutto il suo staff, la stampa e i rappresentati di alcuni sindacati il Presidente Donald Trump ha annunciato i famigerati dazi. Dal giardino delle rose della Casa Bianca, il Tycoon è poi passato ad illustrare, con tanto di cartellone esplicativo, quali sarebbero stati i Paesi colpiti e le percentuali applicate ai singoli Stati.
I dazi sulle merci importate negli USA partono dal 10% (Regno Unito) ma arrivano a superare anche quota 40% (Vietnam). Particolarmente colpiti sono: l’UE (uguali per tutti al 20%, 25% se parliamo di auto), Cina del 34% e poi il Giappone con dazi del 24%.
Che significa questo? Che se un’azienda americana vuole importare un prodotto italiano, ad esempio, e questo gli costa 100 mila dollari, dovrà versarne 20mila nelle casse dello Stato solo per farlo entrare negli USA. Da ogni parte del mondo si annunciano contromisure per frenare questa guerra commerciale. Di fatto il terremoto finanziario è cominciato e non si può ancora determinarne la portata. Quello che si può fare, invece, è guardare un po’ la storia passata; non è la prima volta che USA usano i dazi con risultati dagli effetti imprevisti.
I dazi sono nati con gli Stati Uniti. Il primo atto di questo tipo, il Tariff Act, è stato approvato dal Congresso addirittura poco dopo l’Indipendenza. Pagare dazi per prodotti importati dall’estero era insomma la norma. Questo almeno fino alla Guerra Civile, verso la fine dell’Ottocento i sostenitori del libero mercato internazionale aumentarono e i dazi cominciarono a non essere più fondamentali.
La fase successiva, dal 1913, è segnata dall’apertura doganale che si interrompe con la crisi del ’29. L’allora presidente repubblicano Hoover firmò un atto che reintroduceva dazi generalizzati. L’effetto però non fu favorevole, secondo molti studiosi questa decisione contribuì a peggiorare la situazione degli USA, oltre a che influenzare l’ascesa di ideologie estremiste in Europa, colpite da quei dazi.
La situazione cambiò nuovamente con il democratico Roosevelt che firmò trattati di libero scambio con 19 Paesi. Da quel momento, la politica USA ha seguito la direzione del superamento dei dazi, anche se non sono mancate eccezioni. Uno degli eventi più importanti è passata alla storia come la “guerra dei polli“. Negli anni della Seconda Guerra Mondiale, gli allevatori furono incentivati all’allevamento di pollame che arrivò a livelli così alti che si cominciò a guardare ai mercati esteri.
In questo caso fu la CEE ad imporre dazi per proteggere i polli del continente. Per ritorsione, dopo tempo dopo il presidente Johnson impose pesanti dazi su diverse merci dalla fecola di patate al brandy fino ai furgoni.
Per un’altra guerra dei dazi bisogna poi passare a Reagan negli anni Ottanta. Il presidente decise di imporre tariffe del 14% sul legname proveniente dal Canada; l’intento era di ridurne l’importazione, ma l’operazione non andrà a buon fine. Ancora oggi gli USA comprano dal vicino Canada oltre il 50% del fabbisogno di legna.
Infine lo scontro con il Giappone. Sempre Reagan decise di imporre dazi del 100% sulle importazioni nipponiche; l’obiettivo era di ridurre il disavanzo e dall’altro mettere in difficoltà l’industria automobilistica del Sol Levante. Operazione che riuscì in parte: la bilancia finanziaria ridusse il disavanzo di 12 miliardi (per poi salire ai 73 attuali) mentre l’economia del Paese entrò in una profonda crisi che durò per tutti gli anni Novanta. In quel caso comunque il Giappone decise di non imporre dazi per non allargare il conflitto.
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